
ELEONORAMANNI
L’eleganza è una forma di intimità
Il primo vestito buono nasce da una scelta
C’è un ricordo che Eleonora conserva con particolare precisione. Sua nonna si faceva confezionare gli abiti da una sarta e, un giorno, decise che anche lei avrebbe avuto il suo primo “vestito buono”. Le lasciò scegliere la stoffa.
Per una bambina, scegliere un tessuto può sembrare un gesto piccolo. Eppure è proprio in questi momenti che spesso nasce un rapporto con le cose destinato a durare. Non nel possesso, ma nella possibilità di partecipare alla loro nascita.
Quel primo abito resta, a distanza di anni, una delle immagini attraverso cui Eleonora riconosce il fascino della sartoria. Non una stanza separata dalla vita, ma un luogo in cui materia, desiderio e corpo imparano lentamente a riconoscersi.

«L’eleganza non occupa la stanza. La attraversa.»
Un guardaroba dovrebbe farci spazio
Oggi Eleonora dice che è difficile definirsi. È in una fase della vita in cui molte cose vengono rimesse in discussione. È una condizione comune e raramente raccontata quando si parla di stile: ci piace pensare che il guardaroba sia il riflesso di un’identità perfettamente definita, mentre spesso vestirsi è proprio uno dei modi attraverso cui continuiamo a cercarla.
Le persone cambiano. I corpi cambiano. Cambiano i lavori, le città, le relazioni, le sicurezze. Un guardaroba autentico non dovrebbe impedirci di cambiare. Dovrebbe farci spazio.
Per Eleonora l’eleganza ha poco a che fare con la perfezione. La descrive piuttosto come un colpo di fulmine: una presenza che entra in una stanza senza il bisogno di occuparla completamente. Può essere un gesto, il modo in cui qualcuno pronuncia una parola, l’attenzione con cui guarda la persona che ha davanti.
Questa idea porta lo stile lontano dalla superficie. Vestirsi rimane importante, ma soltanto quando il vestito non diventa un sostituto della persona.

Una grammatica maschile, riscritta sul corpo
La giacca realizzata per Eleonora è un doppiopetto a quattro bottoni in cashmere Lanificio di Pray, 320 grammi, con bottoni in vero corno e una fodera Bemberg paisley. Una giacca dalla struttura maschile che non cerca però di cancellare il corpo femminile.
Il doppiopetto è un territorio interessante nella storia del guardaroba delle donne. Porta con sé codici tradizionalmente maschili — struttura, spalla, autorità — ma proprio per questo, reinterpretato sul corpo di una donna, può assumere un significato completamente diverso.
Non deve imitare l’abbigliamento maschile. Può appropriarsi della sua grammatica e riscriverla.


«Conoscere abbastanza bene se stessi da non avere continuamente bisogno di travestirsi da qualcun altro.»
Il su misura non chiede di conformarsi
C’è un equivoco frequente attorno al su misura: immaginarlo come una ricerca ossessiva della perfezione del corpo. È quasi il contrario.
Un capo fatto per una persona non chiede a quella persona di adattarsi a una taglia preesistente. Parte da ciò che esiste. Osserva una spalla più alta, un movimento, un modo di tenere le mani, la postura con cui qualcuno entra in una stanza. Poi costruisce intorno a quella realtà.
Forse è anche per questo che Eleonora collega la sartoria alla consapevolezza. Sapere che qualcosa è stato costruito per il proprio corpo può modificare il modo in cui quel corpo viene abitato. Non necessariamente perché sembri diverso agli altri, ma perché smette per un momento di essere qualcosa a cui chiedere continuamente di conformarsi.
Eleonora pensava che il capo a cui si sarebbe affezionata di più fosse la prima giacca. Poi ha scoperto la camicia su misura e qualcosa è cambiato. Una camicia è probabilmente uno degli oggetti più ordinari del guardaroba. Proprio per questo, quando è costruita davvero attorno al corpo, la differenza diventa quasi privata. È una sensazione più che un’immagine.
La costruzione
4 bottoni
100% cashmere · 320 g/m
Urea ai polsi
Paisley tinto filo
5 interne
spacco



La libertà di cambiare idea
Nel guardaroba di Eleonora questa libertà assume forme molto concrete. Ama il colore, gli abbinamenti inattesi e tutto ciò che impedisce all’abbigliamento di diventare anonimo. E ha un piccolo rito quotidiano: gli orecchini. Uscire senza le sembrerebbe quasi di aver dimenticato qualcosa di sé.
La bambina che sceglieva la stoffa del primo “vestito buono” e la donna che oggi desidererebbe un armadio pieno di camicie sono la stessa persona e, nello stesso tempo, non lo sono più. Tra loro c’è tutto ciò che una vita aggiunge.
L’eleganza, forse, consiste nel lasciare che queste diverse versioni possano convivere. Con un paio di orecchini. Una camicia che cade esattamente come dovrebbe. E la libertà di cambiare idea.
TORNA ALL’ARCHIVIO ↗